Il ragazzo di Buja, Angelo Ursella



Angelo Ursella nasce a Buja nel 1947, un borgo friulano situato tra la vasta pianura e le affascinanti Prealpi Giulie. Fin dai primi anni di vita, Angelo si distingue per il suo carattere schivo e discreto, ma anche per una curiosità vivace e una spiccata attenzione ai dettagli che lo circondano. La sua infanzia è segnata da lunghe giornate trascorse a esplorare i boschi che abbracciano il paese, immergendosi nei ritmi della natura e lasciandosi incantare dai piccoli grandi spettacoli che essa offre: il movimento sinuoso dei ruscelli, il gioco leggero del vento tra le chiome degli alberi, i suoni che sembrano raccontare storie dimenticate. 
Per lui, ogni suono e ogni frammento della natura racchiudono un mondo tutto da scoprire. Con il passare del tempo, quel paesaggio naturale diventa il suo rifugio prediletto, un luogo speciale dove il silenzio non pesa e la solitudine non spaventa. Qui, Angelo trova uno spazio rigenerante, un angolo di pace che nutre la sua anima e alimenta la sua sensibilità verso l'ambiente e la bellezza nascosta nei dettagli più semplici. 
Sin da giovane, la montagna ha esercitato su di lui un richiamo irresistibile, non come teatro di conquiste o traguardi da superare, ma come rifugio intimo, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi, esplorando i sentieri dell'anima. La sua immaginazione lo trasporta tra cime maestose, dove ogni passo spalanca le porte a emozioni che sembrano impossibili altrove. È in questo regno di quiete e solitudine che prende il via un profondo viaggio interiore, un pellegrinaggio alla scoperta di sé. 
Camminando tra rocce e sentieri, impara a conoscere il limite delle proprie capacità, affronta le insicurezze più radicate e riabbraccia quelle emozioni che la frenesia della vita moderna spesso relega in un angolo dimenticato. La montagna diventa il suo specchio fedele, un luogo dove osservare senza filtri la propria essenza più autentica, trovando forza e consapevolezza in quella connessione primordiale con la natura e con sé stesso. 
Provo una profonda sintonia con Angelo. Anch'io considero la solitudine della montagna un rifugio prezioso, un luogo in cui il conforto si intreccia con una bellezza che sembra amplificarsi, rendendo ogni singolo dettaglio vivido, marcato e intriso di significato. 
Intorno ai sedici anni, Angelo scopre le Dolomiti e le Alpi Carniche, rimanendo completamente rapito dalla loro bellezza. La sua prima scalata è un vortice di emozioni e l'incanto della montagna prevale su ogni paura. 
Quel mondo verticale diventa per lui una scuola, una palestra e un rifugio di profonda introspezione. Ogni corda che tende, ogni chiodo che fissa nella roccia, ogni appiglio che raggiunge non sono solo progressi tecnici, ma gradini per sviluppare un immenso rispetto verso qualcosa di più grande di sé stesso. Nei suoi appunti descrive con vivida intensità il tremore delle mani mentre si aggrappano alla roccia, l'odore penetrante della pietra bagnata e l'esplosione di gioia che travolge l'anima dopo aver raggiunto una sporgenza, risultato di ore di fatica instancabile. 
La precisione dei movimenti si fonde con l'incanto per il paesaggio circostante, restituito attraverso parole che sfiorano la poesia: “La luce al tramonto scivola lungo la parete, colorando le rocce di arancio e rosa… il vento mi accarezza la pelle e sento la vita più intensa.” 
Angelo era di natura profondamente timida. La sua indole riflessiva lo portava spesso a rifugiarsi nella solitudine, evitando l'attenzione e il frastuono. Non era interessato a riconoscimenti né cercava applausi; il suo unico desiderio era trovare qualcuno capace di condividere con sincerità la sua passione più autentica. Nel 1969 scrisse al CAI per cercare compagni di cordata, ma lo fece con il riserbo che da sempre lo contraddistingueva. Era un invito sottile, appena percepibile, a condividere quella connessione intima e profonda che provava nei confronti della montagna. 
Mi ritrovo molto in questo suo modo di vivere. La solitudine non è un allontanamento dagli altri; piuttosto, è un modo per intensificare ogni percezione. Ogni passo diventa più consapevole, ogni respiro acquista profondità, ogni suono si fa cristallino. La luce dell’alba che accarezza una forra rocciosa, il soffio del vento tra gli abeti, il silenzio candido di una valle innevata: tutto prende vita in maniera più intensa quando si è soli. Angelo ne era pienamente consapevole. 
Tra i 18 e i 23 anni, si rende protagonista di imprese alpinistiche che lasciano il segno. Affronta la Cassin alla Piccolissima di Lavaredo, lo Spigolo degli Scoiattoli, la via Dibona alla Punta Giovannina e lo sperone Cassin alle Grandes Jorasses. 
Ogni scalata non è solo una prova tecnica da superare, ma soprattutto un viaggio profondo dentro se stesso. Per Angelo, l'alpinismo non significa semplicemente toccare la cima di una montagna: è un dialogo intimo con la natura e con la propria essenza. Nei suoi accurati taccuini, la descrizione precisa di un impegnativo passaggio alpinistico si fonde in modo naturale con la poesia intensa che emerge dalla riflessione sulla natura e sulle emozioni vissute durante l'esperienza: “Il sole cala dietro le creste, le rocce si tingono di rosa e io respiro, completamente immerso nella vita.” 
Immergersi in queste parole mi fa sentire profondamente legato a lui. Non è semplicemente un alpinista, ma un compagno silenzioso capace di afferrare l'essenza stessa della vertigine e della felicità, il tremore impercettibile delle mani e il battito accelerato del cuore. 


Un personaggio tragico? 

Angelo Ursella incarna una forma moderna di tragicità, tipica del Novecento. La sua non è una lotta contro una colpa da espiare o un destino imposto dall’alto, ma il confronto con una frattura interiore profonda, con un senso di estraneità che lo separa dal mondo. Questa condizione nasce dall’incapacità di trovare un’armonia con la realtà circostante. Il suo percorso non conduce a una caduta improvvisa, ma a una tensione continua verso un ideale assoluto, sentito come necessario eppure irraggiungibile. Ursella rifiuta il compromesso e si muove costantemente sul confine dell’impossibilità, dove il desiderio supera sempre ciò che la vita concreta può offrire. Anche l’amore, nel Ragazzo di Buja, è segnato da questa sospensione. Non diventa mai esperienza compiuta: Ursella desidera intensamente, ma resta immobile. La sua timidezza assume così un valore più profondo, quasi filosofico, simile a quella che Kierkegaard definirebbe l’incapacità di compiere il “salto” decisivo dall’interiorità all’azione. Di fronte all’ambiguità dell’amore, fatto di parole e relazioni fragili, la montagna si presenta invece come un assoluto silenzioso. Qui Ursella agisce. Come l’uomo di Camus, sa che un senso ultimo non gli è concesso, ma sceglie comunque di vivere e di misurarsi con i propri limiti. L’alpinismo diventa così una forma di ribellione intima, un linguaggio fatto di corpo, fatica e presenza. La sua tragicità non risiede tanto nella morte, quanto nella fedeltà radicale a se stesso: una coerenza che gli impedisce di adattarsi alla normalità della vita. Ursella resta sospeso tra desiderio e compimento, tra assoluto e quotidiano. È in questa tensione irrisolta, più che nell’epilogo, che si rivela il senso profondo della sua esistenza. 


L'epilogo

Nel 1970, Angelo si prepara a sfidare una delle ascese più iconiche e temute delle Alpi: l’imponente parete nord dell’Eiger. Una scelta audace, quasi epica, che richiede una preparazione tanto meticolosa quanto intensa. Ogni dettaglio è curato con precisione ossessiva: corde robuste, chiodi selezionati, sessioni di allenamento fisico logoranti e un lavoro mentale che scolpisce la sua resistenza psicologica come una roccia. In questo percorso, si confida spesso con Sergio De Infanti, il fidato compagno di cordata, confrontandosi su strategie e unendo le forze per affrontare l’impresa. Tuttavia, dentro di sé, Angelo sente qualcosa di più grande: un richiamo profondo, viscerale, che lo spinge a confrontarsi con la montagna e i suoi limiti più estremi. 
Il 16 luglio una violenta tempesta travolge la parete montuosa. Angelo, ormai a pochi passi dalla vetta, scivola e rimane intrappolato in una fessura. La situazione degenera rapidamente, trasformandosi in una lotta straziante contro il gelo, la neve, il vento impetuoso e le ferite riportate. Sergio cerca disperatamente di aiutarlo, urlando e facendo tutto il possibile per raggiungerlo, ma la montagna si mostra implacabile. Nella notte tra il 16 e il 17 luglio, Angelo perde la vita. Aveva solo 23 anni. La tragedia che prende forma va ben oltre il mero piano fisico, penetrando con potenza nei recessi dell'animo umano e colmandosi di un'imponente intensità emotiva. 
Angelo, guidato da una passione inarrestabile che divampa nel suo cuore, decide di abbracciare ogni attimo con una vitalità estrema, spingendosi fino al confine ultimo. È un istante sospeso nel tempo, dove vita e morte si fondono in un intreccio indissolubile. Lui si trova al limite, come una figura fragile e precaria incastonata tra l'infinito del cielo sopra di sé e l'immobile solidità della roccia sotto di lui, due simboli in contrasto ma essenziali per definire la sua esistenza. 
Angelo non scrive poesie nel senso classico del termine, ma ogni parola che posa sulla carta prende vita, diventando essa stessa poesia. I suoi appunti sembrano catturare una scintilla di luce, un soffio di vento, il fascino del silenzio. Ogni frase sgorga carica di emozione, manifestando una rara capacità di vedere il mondo nei suoi dettagli più sottili e di restituirlo con una purezza che tocca l’anima. Ogni rifugio diventa una strofa, ogni battito del suo respiro un inno silente alla meraviglia dell’esistenza. 
E poi c’è l’alba: non un semplice momento della giornata, ma una pagina bianca ricamata di versi invisibili, che attendono di essere scoperti attraverso lo sguardo e il cuore. Con il suo modo di vivere e raccontare, Angelo ci insegna che la poesia non vive solo nell’inchiostro. La troviamo nelle scelte autentiche, nell’abbandonarsi alle proprie emozioni fino a sentirle vibrare nelle viscere, e nel coraggioso abbraccio dei rischi che la vita ci presenta senza mai ignorare la bellezza nascosta negli attimi. 
La poesia di Angelo non urla, eppure parla forte. È un silenzio possente che si insinua attraverso le vette delle montagne e dentro i nostri pensieri. Anche quando tace, continua a narrare – attraverso l’infinita vastità dei panorami, i sospiri del vento e quelle sottili connessioni che ci fanno sentire parte di qualcosa di più grande e meraviglioso. Pensare ad Angelo mi tocca nel profondo. Lo immagino nella sua timidezza, nel suo carattere riflessivo, nel suo bisogno di ritirarsi dal mondo. In qualche modo, mi rispecchio in lui. Anch’io, infatti, mi trovo spesso a percorrere sentieri solitari, quegli spazi silenziosi dove le emozioni sembrano dilatarsi fino a prendere vita propria: il vento che accarezza ma al tempo stesso pizzica la pelle, il sole che dipinge giochi di luce sulle rocce, e quel silenzio che non è mai davvero vuoto, ma una melodia nascosta che solo nella quiete si può ascoltare. In questi momenti, Angelo è come un amico invisibile che mi accompagna. Insieme, senza bisogno di parole, seguiamo lo stesso cammino, mossi dalla stessa necessità interiore. Non cerchiamo successo o riconoscimento. Non è la gloria ciò che ci attira. La verità che rincorriamo è più semplice ma infinitamente più preziosa: vivere ogni istante con pienezza, con autenticità, sentendo ogni respiro e ogni battito come parte di qualcosa di più grande. 
La sua breve e tragica esistenza ci lascia un'eredità dal valore eterno: la montagna diviene poesia, la solitudine si fa bellezza, e vivere autenticamente rappresenta il gesto più coraggioso che si possa immaginare. Angelo non si limita a essere un alpinista, ma si trasforma in un invisibile compagno dell'anima per chi percorre i sentieri tra le cime. Ancora oggi la sua presenza ispira a sentire, osservare e assaporare con intensità ogni attimo della vita. 
Gli scritti di Angelo Ursella trovano casa nel suggestivo volume "Il ragazzo di Buja", un libro che racchiude riflessioni, appunti e slanci di una vita vissuta con intensità e passione, quasi in costante ascesa. Nell’epilogo avviene un cambio di prospettiva: la narrazione passa a Sergio De Infanti, che con discrezione e profonda partecipazione ricostruisce l’ultima avventura di Angelo, destinata a trasformarsi in tragedia. Tra cronaca ed emozione, il racconto si snoda in un delicato equilibrio, con la montagna — compagna insostituibile di tutta la sua esistenza — che diventa anche il teatro dell’addio. 
Così si conclude il viaggio di Ursella: tra le maestose e imponenti pareti che aveva amato con fervore, nel silenzio solenne delle vette, dove il suo spirito sembra ancora risiedere.

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