Questo saggio prende avvio da un’esperienza personale di lunga dedizione alla poesia, vissuta ai margini del mercato editoriale, per interrogare la condizione della scrittura poetica nell’Italia contemporanea. La progressiva perdita di centralità della poesia viene letta come sintomo di una trasformazione più profonda della sensibilità collettiva, segnata dalla velocità, dall’utilitarismo e dalla semplificazione del linguaggio. In questo contesto, la poesia emerge come pratica resistente e necessaria, capace di preservare un rapporto autentico con il tempo, la parola e l'esperienza interiore.
Da oltre vent'anni mi dedico alla scrittura di poesie. Non ne parlo con enfasi né con orgoglio, ma piuttosto come si descriverebbe una condizione dell'anima più che una carriera. In questo lungo percorso ho dato alla luce diversi libri di poesia, guidato unicamente da un bisogno profondo e autentico, del tutto estraneo alle regole imposte dal mercato. Tuttavia, nonostante la dedizione, la cura e l’impegno nel restare fedele a una scrittura genuina, non ho mai ottenuto risultati significativi in termini di vendite. Ciò che inizialmente percepivo come una delusione personale si è trasformata nel tempo in una lente attraverso cui osservare il nostro presente: non soltanto per ciò che riguarda il mio cammino, ma per comprendere la condizione generale della poesia in Italia.
Oggi scrivere poesia significa abitare un margine, accettare una presenza quasi impercettibile, un'attenzione rarefatta e, spesso, un silenzio che risuona più forte di qualsiasi parola. La poesia non rappresenta più il fulcro pulsante della vita culturale; non orienta i gusti estetici, non alimenta il discorso pubblico, né viene considerata essenziale. In un Paese che vanta una delle tradizioni poetiche più prestigiose al mondo, questa distanza non può essere liquidata come un semplice cambiamento nei gusti collettivi. È invece il segno di una crepa più profonda: la dissoluzione di un legame intimo con la bellezza, vista come forza capace di trasformare profondamente l’anima umana.
Pier Paolo Pasolini coniò il termine "mutazione antropologica" per descrivere con incisività l'impatto profondo del consumismo sulla coscienza collettiva, un fenomeno che non ha perso intensità nel tempo. Non si tratta di un semplice cambiamento nelle abitudini quotidiane o nei comportamenti superficiali, ma di una trasformazione radicale e capillare del modo in cui gli individui percepiscono il mondo, vivono le emozioni e costruiscono i propri desideri. Una mutazione che investe interamente le fondamenta della sensibilità umana, alterando il modo stesso di essere. In una società plasmata dai principi della velocità, dell’efficienza e della continua semplificazione, la poesia si ritrova a occupare uno spazio marginale. La sua essenza lenta e meditativa, che richiede tempo per essere assimilata, capacità di ascolto profondo e apertura verso esperienze emotive intense, si scontra inevitabilmente con l’irrequietezza e la superficialità del mondo contemporaneo. Scrivere versi in un contesto dominato da ritmi vorticosi e da un’attenzione sempre più fugace si configura come un gesto anacronistico, quasi controcorrente. Tuttavia, proprio in questa apparente inattualità risiede la sua forza: la poesia si afferma come un atto di resistenza discreta, un richiamo silenzioso a valori quasi dimenticati. Comporre poesie oggi diventa così un atto sovversivo che invita a riscoprire la lentezza, la riflessione e l’introspezione, opponendosi all’imperativo moderno dell’istantaneità per ritrovare uno spazio più autentico nel caos della contemporaneità.
Uno dei fattori chiave che hanno contribuito alla crisi della poesia risiede nella modalità con cui è stata tramandata e compresa nel corso del tempo. Spesso, specialmente nell’ambiente scolastico, la poesia è stata trasformata in un semplice esercizio accademico: una somma di regole metriche da imparare, figure retoriche da memorizzare e categorie stilistiche da classificare. Anziché essere un’esperienza vibrante e autentica, capace di suscitare emozioni e dialogare con l’anima, è finita per diventare un oggetto freddo, da dissezionare e analizzare con distacco.
Tuttavia, figure come Giacomo Leopardi ci ricordano un’altra idea di poesia. Pur essendo un fine teorico della forma poetica, Leopardi vedeva la poesia come qualcosa di molto più profondo: un canale privilegiato per dare voce ai sentimenti, per accendere l’immaginazione e far risuonare le corde più intime dell’essere umano. La tecnica, da sola, non basta. Anzi, ritengo che la tecnica è niente rispetto al resto. Quando svuotata di passione autentica o di una spinta interiore sincera, la poesia rischia di ridursi a un guscio sterile, priva di quel soffio vitale che la rende significativa. Poesia non è solo forma; è l’arte di evocare sensazioni, il linguaggio dell’anima trasformato in parola. Ed è lì che si ritrova la sua essenza più vera.
Questa riflessione si radica nelle concezioni filosofiche di Benedetto Croce, secondo cui l’arte rappresenta prima di tutto un’espressione autentica dello spirito umano. Essa acquista significato nella sua capacità di trasmettere esperienza e sentimento, mentre la forma, per quanto importante, dovrebbe rimanere subordinata all’essenza dell’esperienza. Quando la struttura formale prende il sopravvento sull'autenticità dell'esperienza umana, il linguaggio artistico corre il rischio di perdere di vista la sua missione primaria, degenerando in una pratica arida e priva di coinvolgimento emotivo. In tali circostanze, il pubblico, e soprattutto il lettore, può sentirsi alienato o intimorito, percependo l’opera come inaccessibile o distante. Ciò crea una frattura emotiva e intellettuale che porta spesso a un allontanamento.
Questo meccanismo potrebbe spiegare perché oggi la poesia venga sovente considerata un’espressione riservata a pochi, avulsa dalle esigenze quotidiane e, per molti, irrilevante rispetto al dinamismo della vita contemporanea.
Nel corso del mio viaggio personale, scrivere poesie ha sempre rappresentato un confronto profondo e intimo con il fluire del tempo, con la memoria e con la delicata condizione dell’esistenza. Per questo motivo mi sento fortemente vicino all’idea di Martin Heidegger, secondo cui la poesia è uno dei modi più autentici per abitare il mondo. Il linguaggio poetico permette infatti all’essere umano di rivelarsi, di esprimere la propria essenza nel modo più sincero e autentico. Eppure, ci troviamo a vivere in una società governata dalla tecnica, come Heidegger aveva acutamente evidenziato: tutto ciò che non è immediatamente produttivo o funzionale viene spesso escluso. La poesia, per sua stessa natura, non produce profitto né offre soluzioni semplici o immediate. È proprio questa sua caratteristica di resistenza nei confronti dell’utilitarismo che la porta, molte volte, ad essere confinata ai margini.
Theodor W. Adorno approfondisce questa riflessione, portandola a un livello di maggiore complessità e profondità. Egli afferma che l'autentico valore dell'arte è insito nella sua capacità di opporsi all'integrazione completa nelle logiche del sistema dominante. Secondo il filosofo, quando un'opera d'arte si piega interamente alle dinamiche di mercato, finisce per smarrire la sua funzione critica e trasformativa, riducendosi a un semplice prodotto commerciale. In tale ottica, il limitato riscontro economico della poesia non va inteso solo come un indicatore di insuccesso; al contrario, esso diventa una potente testimonianza della natura indomabile della poesia e della sua capacità di sottrarsi alla logica della mercificazione. Fedele alla propria essenza, la poesia non può essere assimilata ai beni di consumo come altre forme artistiche o culturali. Proprio nella sua irriducibile marginalità economica si manifesta una forza di resistenza che la rende unica e immune alla riduzione a pura merce.
Walter Benjamin sviluppa un'idea simile, collegando all'opera d'arte unica un'esperienza che definisce come "aura", minacciata dalla diffusione della cultura di massa. La poesia, nonostante tutto, conserva ancora frammenti di questa aura: richiede presenza, attenzione e un coinvolgimento profondo, lontano da ogni superficialità. Eppure, è proprio questa natura a renderne ardua la resistenza in un mondo dominato da un approccio veloce ed effimero al consumo.
Di recente ho deciso di lanciarmi in un'avventura nuova: la stesura del mio primo romanzo. Non si tratta di un abbandono della poesia, ma piuttosto di una risposta a quella voglia di esplorare una forma che, oggi, sembra attirare più attenzione. Eppure, anche affrontando la prosa non riesco a separarmi dal mio animo di poeta. Continuo a mettere al centro delle mie pagine la magia delle parole, quell'equilibrio ritmico così caro e l'importanza profonda delle emozioni. Per me, questi aspetti rimangono fondamentali, indipendentemente dal formato che scelgo per comunicare.
Mi ritrovo particolarmente in Italo Calvino, soprattutto nel Calvino delle "Lezioni americane", dove il concetto di leggerezza non si traduce mai in superficialità, ma diventa un simbolo di precisione, profondità e rigore linguistico. Calvino aveva ben chiaro che la letteratura non deve appiattire il mondo, riducendolo a una versione banalizzata e semplificata. Al contrario, il suo compito è rendere la realtà comprensibile, senza però perdere di vista la sua intrinseca complessità. Personalmente, considero questa una lezione di enorme valore, capace di guidare tanto la poesia quanto la narrativa.
Scrivere rappresenta per me, oggi, un autentico gesto di resistenza. È un opporsi all'omologazione del linguaggio, alla cultura del successo rapido e privo di profondità, alla pressione incessante verso il conformismo.
Rainer Maria Rilke sottolineava come la domanda primaria per uno scrittore fosse interrogarsi sulla possibilità di vivere senza scrivere. So con assoluta chiarezza che, nel mio caso, non sarebbe possibile. La scrittura non è una scelta calcolata, ma una necessità vitale che si radica profondamente in me.
Letture consigliate
- Adorno, Theodor W., Teoria estetica, Torino, Einaudi, 2009.
- Benjamin, Walter, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 2014.
- Calvino, Italo, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Garzanti, 1988.
- Croce, Benedetto, Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale.
- Heidegger, Martin, Saggi e discorsi, Milano, Mursia, 2015.
- Leopardi, Giacomo, Zibaldone di pensieri, Milano, Garzanti, 1997.
- Nietzsche, Friedrich, La nascita della tragedia, Milano, Adelphi, 1978.
- Pasolini, Pier Paolo, Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1975.
- Rilke, Rainer Maria, Lettere a un giovane poeta, Milano, edizione recente fino al 2022.
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