Il saggio esplora il pregiudizio verso gli stranieri, con particolare attenzione alle persone di colore, analizzando come esso vari tra piccoli centri e grandi città. Attraverso prospettive filosofiche e sociologiche, si mostra come l’assenza di contatto diretto favorisca stereotipi e paure, mentre la vita urbana e la pluralità culturale favoriscano apertura e convivenza. Una riflessione su come la conoscenza dell’altro possa spezzare le barriere del pregiudizio.
Questo articolo si propone come una naturale continuazione del precedente "I pregiudizi uccidono: una riflessione filosofica", in cui si è esplorata la tematica del pregiudizio in termini generali. In questa sede ci concentreremo su un aspetto specifico di questo fenomeno, forse uno dei più diffusi e radicati nella società: il pregiudizio verso gli stranieri. Analizzeremo come questa forma di discriminazione si manifesti e come le sue dinamiche possano cambiare a seconda delle peculiarità sociali e culturali del contesto in cui prende forma. Un viaggio che ci invita a riflettere su quanto tali barriere mentali influenzino la nostra visione del mondo e il nostro modo di relazionarci con chi percepiamo come "diverso".
Il pregiudizio nei confronti degli stranieri, in particolare verso le persone di colore, non si manifesta uniformemente all'interno della società. Al contrario, sembra intensificarsi maggiormente nei piccoli centri provinciali rispetto alle grandi città. Questa differenza non può essere attribuita al caso, né ridotta superficialmente a una questione di "chiusura mentale" o "arretratezza". Per cogliere appieno le sue cause profonde, è necessario adottare una prospettiva più ampia e interrogarsi sulle dinamiche culturali e sociali che ne sono alla base. Tale fenomeno appare infatti come il risultato di diverse modalità di percepire e interagire con l’altro, influenzate da strutture simboliche specifiche del contesto e da approcci divergenti nei confronti della diversità.
Nei contesti urbani, caratterizzati da una maggiore complessità e varietà culturale, il confronto con l’altro è spesso un elemento quotidiano, intrinseco al vivere della comunità. In tali ambienti, l’interazione diretta con individui di origini e culture differenti tende a smorzare stereotipi e paure, normalizzando la diversità come parte integrante della realtà condivisa. Al contrario, nei piccoli centri, dove prevale una maggiore omogeneità culturale e sociale, la pluralità viene talvolta percepita come un elemento estraneo o addirittura minaccioso. L’assenza di esperienze dirette con la diversità può così favorire l’emergere di pregiudizi basati su rappresentazioni collettive poco informate e raramente messe alla prova dal confronto diretto.
Comprendere il fenomeno del pregiudizio richiede quindi un esame più approfondito delle dimensioni simboliche e sociali che influenzano la nostra visione dell’altro.
Favorire un’apertura al pluralismo culturale nelle comunità meno abituate a convivere con la diversità rappresenta una sfida complessa ma fondamentale, che richiede interventi educativi mirati, dialogo autentico e opportunità concrete di interazione. Solo attraverso un processo graduale e collettivo sarà possibile interrompere il circolo vizioso che alimenta discriminazione e intolleranza.
Nei piccoli centri abitati, l'arrivo di uno straniero può trasformarsi in un evento fuori dall'ordinario, quasi come un fremito che interrompe la calma apparente di una comunità spesso percepita come omogenea e immutabile. Georg Simmel, nel suo celebre saggio “Lo straniero”, descrive questa figura come un'entità enigmatica, sospesa in una dinamica che alterna prossimità e distanza: sufficientemente vicina da essere notata, ma troppo distante per integrarsi pienamente. Tale dualità, all'interno di contesti comunitari più circoscritti, può generare tensioni rilevanti, poiché l'identità collettiva tende a fondarsi sulla somiglianza tra i membri e su un senso di continuità che inevitabilmente finisce per escludere ciò che appare diverso o esterno.
In questo contesto, il fatto di essere una persona di colore non simboleggia unicamente una diversità culturale, ma rappresenta un'alterità inequivocabile, immediatamente percepibile attraverso il colore della pelle. Questa evidente peculiarità rende impossibile nascondere la diversità, ponendola in modo inevitabile al centro dell'attenzione. Il pregiudizio che si genera nei suoi confronti non nasce da una reale esperienza o interazione diretta con l'altro, bensì dall'assenza di quest'ultimo nella memoria collettiva. In sostanza, ciò che non è mai stato incontrato o vissuto viene spesso semplificato e ridotto a una serie di stereotipi.
Anche Immanuel Kant, nella sua opera *Antropologia dal punto di vista pragmatico*, sottolineava come gli esseri umani tendano istintivamente a giudicare ciò che non conoscono attraverso schemi pregiudiziali e semplificati. Questo processo mentale trasforma l'ignoto in qualcosa di potenzialmente pericoloso o minaccioso, favorendo la nascita di paure e distanze. Di conseguenza, l’alterità non si limita a essere una differenza percepibile a livello visivo, ma diventa un terreno fertile per il radicamento di pregiudizi e tensioni, alimentati dall'assenza di una conoscenza diretta o distorti da stereotipi consolidati.
Hannah Arendt mette in evidenza come il pregiudizio trovi terreno fertile dove manca un incontro diretto con l'altro. Nei piccoli centri, la percezione dello straniero spesso si forma attraverso ciò che si sente dire: storie riportate dai media, discorsi di esponenti politici o narrazioni diffuse nel contesto sociale. Questo genere di conoscenza, però, tende a essere distante dalla realtà, spesso astratta e priva di un volto umano, alimentando una visione spersonalizzante.
Hannah Arendt ci invita a riflettere su un tema dolorosamente attuale: la disumanizzazione, il pilastro su cui si fondano le forme più estreme di discriminazione. Prima che l’altro venga odiato, deve essere spogliato della propria individualità e ridotto a una semplice categoria astratta. È così che, ad esempio, una persona di colore smette di essere vista come un individuo con una sua storia, sogni e complessità, per essere invece confinata dentro etichette vuote come "l’immigrato", "il pericoloso" o "l’invasore".
Questa dinamica svela la natura insidiosa del razzismo, che si manifesta come espressione di un pensiero pigro e superficiale. Invece di esercitare il giudizio critico e vedere l’altro nella sua pienezza, ci si rifugia nel conforto dello stereotipo, una scorciatoia tanto facile quanto distruttiva.
La città, da sempre, incarna il significato profondo della diversità, il suo emblema più autentico. Come sottolinea Arendt nel suo lavoro "Vita activa", lo spazio pubblico si materializza solo attraverso l'incontro e la coesistenza di differenze tangibili. Nella realtà urbana, la presenza di stranieri e di individui dalle origini più varie non è un evento sporadico o insolito, ma fa parte del tessuto quotidiano della vita cittadina. L'alterità non rappresenta una minaccia all'armonia dell'insieme; piuttosto, si rivela un elemento essenziale, un pilastro su cui si regge l'ordine stesso della città.
Il continuo confronto con la diversità non elimina il razzismo in un istante, ma ne mina progressivamente le basi. Quando l’altro entra a far parte della normalità quotidiana — sul luogo di lavoro, nei mezzi di trasporto, tra i banchi di scuola — diventa difficile ridurlo a una semplice rappresentazione simbolica.
Levinas insegna che il volto dell’altro possiede la forza di incrinare le barriere del pregiudizio: esso rappresenta un richiamo alla responsabilità che nessuna astrazione teorica può dissolvere.
Georg Simmel sottolinea come la vita nelle città dia origine a una particolare condizione di anonimato che, sebbene possa sembrare contraddittorio, favorisce la tolleranza. Contrariamente alle piccole comunità, dove il giudizio collettivo esercita un controllo costante sugli individui, l'ambiente urbano permette all’essere umano di sottrarsi a questa pressione. Questo distacco dal conformismo genera un contesto più aperto e inclusivo, dove le diversità trovano maggiore spazio per essere accettate e valorizzate.
Nietzsche potrebbe offrire un'interessante prospettiva per analizzare questo fenomeno, collegandolo al concetto di superamento della morale del gregge. Nei piccoli centri, il razzismo spesso si configura come una sorta di norma collettiva, quasi a fungere da collante sociale che rafforza il senso di appartenenza al gruppo. Al contrario, nelle grandi città emerge una molteplicità di norme in costante competizione tra loro, generando un ambiente dove l'individuo non rimane più rigidamente legato a un unico sistema di valori prestabilito. In questa realtà frammentata e pluralista, il pregiudizio perde la sua capacità di definire le identità e le appartenenze in modo assoluto.
Il filosofo Michel Foucault ci offre un'angolazione originale e profonda per riflettere sul razzismo, interpretandolo non solo come semplice atto di odio o intolleranza, ma come un potente strumento di controllo sociale. Secondo la sua prospettiva, il razzismo moderno opera come una sorta di meccanismo di esclusione, tracciando confini netti tra chi è pienamente accettato all'interno di una comunità e chi, invece, viene relegato ai margini. Nei piccoli centri abitati, questo processo risulta spesso più visibile e immediato: l'"altro", l'individuo percepito come diverso, diventa facilmente identificabile e, di conseguenza, separabile. La compattezza della comunità e la maggiore omogeneità culturale favoriscono la messa in atto di dinamiche dirette di inclusione ed esclusione. Nelle grandi città, invece, il potere si distribuisce in maniera più sottile e frammentaria. L'eterogeneità della popolazione urbana porta a un'esplosione di identità che rende più difficile l'affermazione di un discorso razzista come verità assoluta. Sebbene i pregiudizi continuino a serpeggiare, essi perdono gran parte della loro apparente naturalezza, diventando sempre più evidenti per ciò che realmente sono: costruzioni artificiali che faticano a reggere di fronte alla complessità della realtà urbana.
Nietzsche e Arendt forniscono un prezioso spunto per analizzare il legame tra pregiudizio razziale e risentimento sociale. Nei contesti di piccoli centri, spesso segnati da crisi economiche e carenza di prospettive, lo straniero, in particolare la persona di colore, si configura come bersaglio privilegiato su cui proiettare frustrazioni e fallimenti personali o collettivi. In queste realtà, il colore della pelle diventa un segno distintivo immediato, trasformandosi in un simbolo visibile su cui convogliare l’ostilità accumulata.
In netto contrasto, nelle aree urbane caratterizzate da una maggiore dinamicità economica e una spiccata eterogeneità culturale, il risentimento trova maggiori difficoltà a concentrare le proprie energie su un unico bersaglio facilmente identificabile.
Questa differenza non è casuale, ma deriva da specifiche dinamiche tipiche dello spazio urbano. Nei contesti cittadini, la varietà dei contatti quotidiani — incontri di lavoro, vicinato, relazioni sociali — rende difficile concentrare l’ostilità su un singolo gruppo chiaramente definito. L’“altro”, in questo senso, non appare più come un’eccezione o una minaccia straordinaria, ma come una presenza abituale e integrante del tessuto sociale. Ciò significa che le tensioni e i conflitti si distribuiscono su più fronti e che l’individuo è costantemente confrontato con la diversità, imparando a convivere con differenze che in altri contesti potrebbero apparire destabilizzanti.
Parallelamente, la competizione diffusa — economica, simbolica e professionale — frammenta ulteriormente le cause percepite del disagio. Non esiste più un solo colpevole facilmente identificabile, ma una molteplicità di fattori che rendono complessa la costruzione di narrazioni semplicistiche basate su un capro espiatorio unico. Questo contribuisce a creare un contesto sociale in cui le responsabilità e le tensioni si distribuiscono in modo più sfumato, impedendo che il risentimento si concentri rigidamente su un singolo gruppo.
In un tale scenario, anche le identità tendono a mostrarsi meno rigide e più fluide. Gli individui sperimentano una pluralità di appartenenze — culturali, professionali, simboliche — che ridefiniscono continuamente il loro senso di sé. Questo continuo confronto con molteplici prospettive indebolisce le opposizioni nette che spesso costituiscono la base del risentimento e dei conflitti più tradizionali. In sostanza, la vita urbana favorisce una complessità sociale che rende più difficile ridurre i rapporti umani a categorie semplici di “noi” contro “loro”, e apre invece la strada a un’interazione più dinamica e sfumata tra persone e gruppi.
Bibliografia
- Arendt, H., Vita activa. La condizione umana, Einaudi, Torino, 1997
- Arendt, H., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Einaudi, Torino, 2003
- Kant, I., Antropologia dal punto di vista pragmatico, Adelphi, Milano, 2004
- Levinas, E., Totalità e infinito, Jaca Book, Milano, 2003
- Nietzsche, F., Al di là del bene e del male, Oscar Mondadori, Milano, 2001
- Simmel, G., Lo straniero, FrancoAngeli, Milano, 2015
- Foucault, M., Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 2004
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