L'anima ferita delle montagne

Il saggio offre una profonda riflessione sul legame autentico e rispettoso tra l’essere umano e la montagna, mettendo in luce il suo inestimabile valore spirituale, educativo e esistenziale. Attraverso il racconto di esperienze personali e il richiamo a figure di grande rilievo come Julius Kugy, Mario Rigoni Stern e Reinhold Messner, il testo critica la tendenza contemporanea a trasformare i paesaggi montani in oggetti di consumo e spettacolarizzazione. In contrapposizione a questa deriva, sottolinea l’importanza di salvaguardare la vera natura della montagna. Quest’ultima assume il ruolo di simbolo di lentezza, silenzio e autenticità, un luogo ideale per riscoprire il valore dell’umiltà, della gratitudine e della consapevolezza nella vita quotidiana. 


La montagna non ha mai preteso nulla da me, né atteso giuramenti, spiegazioni o risposte. È sempre stata lì, immobile e silenziosa, esistente in una quieta grandiosità. È stata presente molto prima della mia nascita e continuerà ad esserlo molto dopo che avrò lasciato questo mondo. Indifferente ai miei successi o insuccessi, ignara delle mie ambizioni o delle riflessioni più intime. Eppure, è proprio in quel vasto abbraccio fatto di alberi maestosi, vento e solitudine che ho imparato a guardarmi davvero. Non è stato un processo di accumulo o costruzione, ma un lento e inevitabile spogliarsi, un ritorno a ciò che è essenziale. 
Mi avvicino alla montagna perché amo la natura, questo è indiscutibile, ma ridurre il mio legame a una semplice attrazione per scenari incontaminati sarebbe limitante. La montagna è da sempre una scuola di vita per me, un luogo dove il superfluo si disperde come zavorra inutile sul cammino. È lì, immerso nei boschi e sulle creste e nella cruda semplicità della terra sotto i miei passi, che ho appreso lezioni profonde. Ho compreso che non tutto ha bisogno di un fine immediato, che la produttività non è la misura universale di valore e che non tutto deve essere chiarito per poter essere vissuto o capito. 
La montagna mi ha mostrato come accogliere questa consapevolezza, donando una libertà che non scaturisce dall'ottenere o accumulare, ma dall’arte del lasciare andare. Julius Kugy lo sapeva, lo sentiva nelle ossa, e ce lo trasmetteva con una scrittura sobria, priva di orpelli eccessivi, una lucidità che oggi sembra quasi appartenere a un'altra epoca. Il suo modo di vivere e raccontare la montagna era lontano anni luce da ogni desiderio di conquista o spettacolarizzazione eroica. Non c’era traccia in lui di una lotta per dominare; al contrario, per Kugy la montagna era qualcosa di sacro, un’entità viva con cui entrare in dialogo. Non un trofeo da ostentare, ma una presenza da incontrare e rispettare. Ogni vetta si ergeva con una dignità inconfondibile, ogni valle custodiva un’anima intima e irripetibile, e ogni sentiero narrava storie che non erano sue, ma che accoglieva con reverenza, come farebbe un viandante che cammina nel rispetto del suolo che calpesta. 
Per Kugy, la montagna non era semplicemente un paesaggio, ma un autentico sé, una forma di vita con una propria identità. Un essere indivisibile dall'essenza stessa della natura. Non una semplice cosa da misurare e conquistare, ma una realtà profonda e pulsante. Eppure oggi, quella profondità è sotto assedio. La vera essenza delle montagne rischia di perdersi in un mondo che sembra aver dimenticato come incontrarle davvero. 
La montagna moderna sta sempre più spesso perdendo la sua essenza originaria, trasformandosi in uno spazio di rapido passaggio, sfruttato e attraversato senza essere realmente vissuto, abitato o compreso. Un luogo che finisce per essere consumato invece di essere incontrato e apprezzato nella sua autentica natura. 
Le dinamiche del capitalismo, con la loro incessante ricerca di controllo e profitto, hanno conquistato anche le altitudini, colonizzando i paesaggi montani con lo stesso approccio implacabile applicato alle aree urbane, agli oceani, al tempo libero e persino ai recessi più profondi dell'immaginazione umana. Tutto deve piegarsi a una logica universale: diventare un’esperienza da vendere, un prodotto da acquistare, una risorsa da sfruttare secondo criteri economici. In quest’ottica deformata, anche la montagna subisce un processo di riscrittura. Diventa una realtà che deve produrre profitto. Deve attrarre, stupire e intrattenere. Deve offrire comodità, velocità, sicurezza assoluta e trasformarsi in un palcoscenico impressionante per il visitatore che la osserva fugacemente, per qualche ora o qualche giorno. 
Tuttavia, nella sua vera natura, la montagna non è nulla di tutto questo. Essa trascende le logiche umane tese a piegarla ai propri interessi. Non è un parco giochi o un contenitore di stimoli immediatamente accessibili; è un luogo intriso di silenzio, lentezza, rischio e mistero. Un territorio in cui l’uomo non è sovrano, ma solo un ospite temporaneo, chiamato a osservare e rispettare umilmente ciò che lo circonda. La sua essenza si manifesta nella lentezza, nella misura, nella fatica. È radicata nella scelta di non rivelarsi subito, di non lasciarsi attraversare senza imprimere segni. Abolire la fatica equivale a recidere il legame. Rimuovere il rischio significa sottrarsi alla responsabilità. Bandire il silenzio è come spegnere il pensiero. 
E così la poesia si ritrae. Non scompare, perché la sua natura è anteriore a qualsiasi sistema economico. Ma si chiude in sé stessa, simile a un animale ferito. Continua a esistere nelle ore dimenticate, sui sentieri meno battuti, nei giorni svuotati di presenze. Trova dimora in coloro che avanzano senza il bisogno di dimostrare nulla. In chi sa fermarsi. In chi sa guardare. 
Mario Rigoni Stern lo aveva intuito con una lucidità spiazzante: la montagna e l’uomo che la abita sono legati da un vincolo strettissimo, ma spetta all’uomo mantenere un equilibrio delicato, senza mai oltrepassarne i limiti. Nei suoi racconti non si percepisce alcuna traccia di dominio o esaltazione.
Élisée Reclus ci ha insegnato che la geografia non è mai una realtà neutra. Ogni volta che il paesaggio viene trasformato, anche chi lo vive subisce un cambiamento. Ridurre la montagna a un mero insieme di infrastrutture equivale a generare individui incapaci di accogliere ciò che non possono immediatamente controllare, comprendere o sfruttare. 
Eppure, nella sua essenza più vera, la montagna è inutile. Ed è proprio in questa apparente inutilità che risiede il suo potere più autentico. Henry David Thoreau percepiva la “selvatichezza” non solo come una qualità del paesaggio, ma come un bisogno spirituale essenziale per l’animo umano. Era convinto che senza spazi che sfuggono all’addomesticamento, luoghi capaci di opporsi alla logica della funzionalità e al dominio del controllo, rischiamo di smarrire la nostra capacità di immaginare, di pensare oltre gli schemi della produttività e dell’utilitarismo. 
Le montagne, tra le ultime roccaforti di questa libertà primordiale, hanno sempre rappresentato per l’uomo un simbolo di ribellione silenziosa, un rifugio selvaggio che sfida ogni limite imposto. O almeno lo erano, finché la modernità non ha iniziato a modificarne profondamente la natura. 
Reinhold Messner, alpinista e voce autorevole in un’epoca segnata dal progresso tecnologico e dal culto dello spettacolo, ha più volte dato l’allarme sulle trasformazioni che stanno svuotando l’alpinismo del suo significato profondo. La montagna, da spazio sacro e autentico, si sta tramutando in un palcoscenico per performance mediatiche, spesso ridotte a una sterile dimostrazione di forza e vanità. 
Messner, così come Julius Kugy prima di lui, non vede nell’atto di scalare una montagna una strada per collezionare nuove conquiste, ma piuttosto un percorso per liberarsi del superfluo e cercare l’essenziale. Non è il traguardo a contare, ma il viaggio stesso: un’esperienza che richiede umiltà e accettazione di ciò che la natura ci offre lungo il cammino. 
In un mondo che tende a uniformare tutto sotto la stessa logica consumistica, amare la montagna oggi è un atto profondamente controcorrente. Non è romanticismo ingenuo né nostalgica idealizzazione del passato. Si tratta di una scelta consapevole: un gesto di resistenza politica contro la colonizzazione consumistica e l’appropriazione sterminata. È una dichiarazione d’amore verso una relazione più autentica, rispettosa e reciproca tra noi e ciò che ci circonda. 
Amare la montagna significa rivendicare il diritto a uno spazio che resta libero, indomito e capace di ispirarci a vivere in sintonia con qualcosa di più grande di noi stessi. Rifiutare l’idea che ogni cosa debba necessariamente avere un prezzo o servire uno scopo pratico significa adottare una prospettiva nuova e più genuina sulla vita, liberandola dalle catene dell’utilitarismo. Vuol dire riconoscere il valore di quegli spazi che sfuggono alla logica del "do ut des", luoghi che esistono per ricordarci chi siamo realmente, al di là delle maschere sociali che indossiamo ogni giorno. Significa accettare con consapevolezza la nostra condizione di ospiti temporanei su questa terra, riconoscendo l’impossibilità di possedere ciò che attraversiamo nel nostro cammino. È, in definitiva, un invito a vivere il presente con umiltà e gratitudine, sapendo di essere parte di qualcosa immensamente più grande di noi. 
È proprio per queste ragioni che continuo a cercare rifugio nelle montagne. Tra le foreste più sperdute, i pianori in quota e le cime, le incessanti voci del mondo moderno si fanno più flebili, lasciando spazio a un silenzio che parla direttamente all’essenza dell’essere umano. Lì, il tempo sembra dilatarsi, rallentare, come se restituisse un frammento di eternità smarrita altrove. Ed è proprio in quel maestoso ambiente di crinali e valloni che si impara qualcosa di essenziale: ascoltare. 
La montagna insegna a non sopraffare con la propria presenza, ma a dialogare con delicatezza e rispetto con ciò che ci circonda. In fondo, il più autentico impegno verso la montagna oggi non consiste nell’arrogante atto di "salvarla"— perché la montagna non ha bisogno di essere salvata da noi — ma nel rimanere fedeli alla sua essenza. Significa rispettarla, non tradirla piegandola alle nostre necessità o trasformandola in qualcosa di innaturale. Percorrere i suoi sentieri vuol dire farlo con riverenza e discrezione, proprio come insegnava Julius Kugy attraverso la sua profonda connessione con le amate Alpi Giulie. Camminare sulle sue pendici è un richiamo alla lentezza, ai passi misurati, al cuore aperto. È la celebrazione della sacralità di un luogo dove l’uomo non è padrone, ma semplice spettatore e ospite privilegiato. Finché ci sarà chi salirà non per consumare, ma per ascoltare, finché qualcuno saprà fermarsi senza l'urgenza di catturare ogni momento, finché ci sarà chi sceglierà di tornare a valle senza l'ossessione di dover compiere un'impresa, la montagna manterrà intatta la sua essenza. E forse, grazie a lei, riusciremo a salvaguardare anche una parte imprescindibile della nostra umanità. 




Letture consigliate 


- Letture consigliate Kugy, J. Dalla vita di un alpinista, Lint, Trieste, 2015. 
- Leopold, A. A Sand County Almanac, Oxford University Press, New York, 1949. 
- Messner, R. La seconda morte di George Mallory, Rizzoli, Milano, 1999. 
- Reclus, É., Storia di una montagna, Elèuthera, Milano, 2008. 
- Rigoni Stern, Uomini, boschi e api, Einaudi tascabili. Scrittori, Torino/Roma, 2021. 
- Rigoni Stern, Il bosco degli urogalli, Einaudi tascabili. Scrittori, Torino/Roma, 2022. 
- Thoreau, H. D. Walden, Vita nei boschi, Feltrinelli, Milano, 2013.

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